La sofferenza non arriva sempre dall'esterno, spesso la costruiamo noi, non intenzionalmente, ma sistematicamente, attraverso il modo in cui la mente si relaziona all'esperienza.
Non è una questione di pensiero positivo o negativo, è più fondamentale di così. La mente ha una tendenza strutturale: si muove verso ciò che percepisce come piacevole e si ritrae da ciò che percepisce come spiacevole; sembra ovvio, persino ragionevole. Ma è proprio in questo movimento automatico, questa contrazione continua verso e lontano dall'esperienza, che la maggior parte della sofferenza ordinaria ha radice.
Quando qualcosa di spiacevole accade, la mente non si limita a registrarlo: lo giudica, lo resiste, cerca di spiegarlo, di cambiarlo, di evitare che accada di nuovo, e mentre fa tutto questo, aggiunge uno strato di attività mentale sopra l'esperienza originale; non è l'esperienza in sé a essere insopportabile, è la resistenza ad essa, è la storia che ci raccontiamo su di essa.
Il problema è che questo meccanismo è quasi completamente automatico, non decidiamo di reagire in questo modo, semplicemente lo facciamo, prima ancora di accorgerci che sta succedendo, ed è per questo che la pratica di meditazione non inizia con il tentativo di cambiare i pensieri, ma con l'imparare a osservarli, a vedere il meccanismo in azione, senza essere immediatamente trascinati da esso.
Questo non elimina la sofferenza, ma cambia il rapporto con essa, e questo fa tutta la differenza.